Dopo il fermo terremoto, ora il fermo burocrazia? Necessarie ordinanze comunali che deroghino alle incomprensibili ed in giustificate pastoie burocratiche della circolare regionale

Lo snellimento della burocrazia richiesto a gran voce per la ripresa delle attività nelle aree colpite dal sisma rischia di uscire dalla porta per rientrare dalla finestra, almeno a giudicare dalla lettura della circolare sulle norme per la delocalizzazione. La constatazione arriva dalle Associazioni di categoria – Ascom Confcommerfcio-Fam, CNA.COM, Confesercenti, Lapam-Licom – dopo una prima analisi della circolare.

Se, infatti, nelle linee generali la norma sembra favorevole alle aziende che devono trasferire temporaneamente la propria attività, perché consente anche il trasferimento delle sedi in nuovi locali, ma anche in strutture, aree scoperte, pubbliche o private, consentendo per di più che il trasferimento coincida con l’area dei comuni interessati dal terremoto, successivamente vengono inserite delle condizioni che di fatto limitano molto le possibilità di trasferimento.

Ad esempio, prevedendo che la delocalizzazione, totale o parziale, sia temporanea(fino al 31 dicembre 2012 salvo proroghe) e, qualora i locali non abbiano i requisiti specifici, essere subordinata ad una richiesta di autorizzazione comunale, cioè una domanda in carta bollata. Ci sono voluti anni per passare dal regime autorizzatorio a quello delle semplici comunicazioni: ritornare al primo, significa fare un salto indietro di una ventina d’anni.

Costringere anche solo a due settimane di attesa chi ormai da un mese non lavora perché ha il proprio esercizio inagibile ci pare una pretesa ingiustificabile. Ma i problemi più rilevanti nascono nel momento in cui l’ordinanza regionale vincola l’autorizzazione al rispetto dei requisiti di sicurezza “standard” nei luoghi lavoro. Per sicurezza si intende, ad esempio, la presenza di una superficie minima di aperture come porte e finestre. Oppure l’altezza stessa delle strutture, anche provvisorie.

Si tratta di una pretesa in palese contraddizione con la realtà dai fatti. Gli imprenditori si stanno organizzando autonomamente, talvolta in modo precario: c’è chi lavora sotto un gazebo, chi con una casetta, chi ha montato un tensostruttura.

Ecco perché, secondo le Associazioni, la norma non soddisfa la natura emergenziale della situazione. Ad esempio, per ciò che riguarda i bagni, che devono essere in muratura: una richiesta legittima in talune circostanze, ma in certe situazioni e per talune attività potrebbe bastare un bagno chimico. Chi si sta cercando di organizzare con un container o una casetta in legno, come può pensare alla necessità di avere una adeguata superficie illuminante? Se un commerciante con il proprio negozio inagibile riesce ad individuare un container di 2,40 anziché 2,70 metri, non gli verrà concessa l’autorizzazione? Ecco perché, secondo le Associazioni, le norme previste dalla Circolare appaiono inapplicabili. Le regole sono importanti, e vanno senz’altro rispettate, ma proprio per questo devono essere regole coerenti con la situazione che stanno vivendo queste imprese: in questa situazione, soluzioni provvisorie hanno bisogno di regole chiare e semplici. Cioè, di norme applicabili. Non si può certo pretendere che container o tensostrutture abbiano i requisiti di un albergo a quattro stelle.

A questo punto, secondo le Associazioni, A questo punto, secondo le Associazioni, è indispensabile che la Regione rettifichi urgentemente le contraddizioni palesi contenute all’interno dell’ordinanza o, in alternativa, che i Comuni mitighino l’impatto dell’Ordinanza con propri provvedimenti che deroghino a queste normative.