Sacmi: presente e sfide future per la filiera del laterizio

Il 26 ottobre si è tenuto l’open day in Sacmi con la partecipazione dei protagonisti internazionali del settore, dai produttori ai certificatori. Dalla consapevolezza delle difficoltà di oggi agli interrogativi sugli scenari futuri all’insegna di sostenibilità, efficienza, innovazione di prodotto e di processo

Con quali scenari dovrà misurarsi la filiera del laterizio? Esiste davvero la casa “a impatto zero”? Fusioni e accorpamenti sono l’unico modello possibile per affrontare le contrazioni a doppia cifra del mercato europeo? A queste ed altre domande ha cercato di rispondere l’open day “Heavy Clay”, che si è tenuto a Sacmi il 26 ottobre scorso in contemporanea con il Tecnargilla.

A fare gli onori di casa, per una giornata di lavori che è cominciata con una visita al nuovissimo laboratorio Heavy Clay di Sacmi Imola, Pietro Cassani, direttore generale di Sacmi, e Stefano Lanzoni, business manager della Divisione Heavy Clay. Quindi, la parola ai protagonisti, a cominciare da Heimo Scheuch, amministratore delegato di Wienerberger e presidente di TBE. “Da un lato – osserva il numero uno della multinazionale viennese, oltre 200 anni di storia alle spalle e ben 4 stabilimenti in Italia – la filiera del laterizio deve fare un bagno di realismo: è indispensabile ridurre i costi delle macchine, implementare tecnologie più affidabili e funzionali alla redditività, gestire meglio le fasi di sostituzione e manutenzione”. Allo stesso tempo, ha spiegato Scheuch all’attenta platea riunita nella Sala Assemblee di Sacmi Imola, “il settore sta vedendo molte innovazioni, sia sul processo che sul prodotto. Per questo – ha concluso – le sfide che il futuro ci pone corrispondono ad altrettante opportunità, che potremo cogliere lavorando assieme a tutta la filiera, dalle istituzioni ai professionisti, dai produttori ai commercianti”.

Del resto, lo scenario macroeconomico globale in cui il settore si muove non è certo dei migliori. “Il valore dei derivati su scala globale ha raggiunto i 600mila miliardi di dollari – avverte Lorenzo Bellicini, direttore Cresme – a fronte di un valore dell’economia reale di appena 65 miliardi. Da questo punto di vista la crisi sta sopra di noi”. E l’Italia? “Ha risolto in modo efficace il suo problema di credibilità – spiega l’economista – ma nelle performance di crescita arranca da ben prima della bolla finanziaria, essendo al 145° posto su 148 Paesi come crescita del Pil tra il 2000 e il 2010”. Un quadro disarmante, per certi versi, che ha visto il settore del laterizio – e più in generale dell’edilizia – muoversi in assoluta controtendenza: “Mentre l’economia andava male – osserva Bellicini – il settore ha conosciuto il più elevato salto di scala nel capitale fisso”. Tradotto, mai come negli ultimi 15-20 anni il valore delle case è aumentato, di pari passo con una crescita delle compravendite e degli investimenti in nuove costruzioni. Poi il crollo: meno 27% gli investimenti, addirittura meno 51% le nuove costruzioni, fino ai 39 punti in meno del non residenziale e ai 27, ancora, delle opere pubbliche. “Ma nel 2012 – conclude Bellicini – in Italia si acquisteranno ancora 500mila abitazioni, che sono tantissime. Quello che il settore deve fare è riorganizzarsi in base alla nuova dimensione e alle nuove esigenze del mercato, investendo sul project financing, sui servizi, sulle nuove tecnologie, sulla bioedilizia, sull’aumento del ciclo di vita utile dell’opera”.

Selezione tecnologica, selezione per settori e prodotti all’interno della stessa filiera, selezione per territori. Questi, da un punto di vista “macro”, gli scenari con cui l’industria del laterizio deve misurarsi. Puntando in modo più strutturato anche su fette di mercato fino ad oggi trascurate quali la manutenzione, che da sola vale 36 miliardi di euro l’anno (11 in più delle nuove costruzioni). Eppure, mentre l’Italia arranca e deve fare i conti con la più grande crisi – o opportunità, a seconda dei punti di vista – della sua storia recente, ci sono Paesi, come la Russia, dove il mattone sta continuando a tirare, in uno scenario che vede sempre più attenzione – sociale, culturale, ma anche dal punto di vista delle norme – alla qualità del prodotto. Non a caso, a presentare la propria esperienza all’open day imolese è stato invitato Aleksej Vjacheslavovich Gavrilov, amministratore unico di LSR Group, azienda di San Pietroburgo fondata nel 1993 e oggi tra i leader russi del settore costruzioni. “In Russia – ha spiegato Gavrilov – è cresciuta moltissimo la domanda di tutti i prodotti del laterizio, dai mattoni porizzati, 1,2 miliardi di pezzi l’anno, ai mattoni da rivestimento, 1,8 miliardi di pezzi nel 2011. Una curva alla quale LSR, con i suoi 160 milioni di pezzi l’anno, partecipa da protagonista, sapendosi anche misurare – spiega il numero uno del Gruppo – con una nuova normativa particolarmente stringente e analoga a quella europea per quanto riguarda standard dimensionali, resistenza al gelo e alle infiltrazioni d’acqua, e tutta una serie di altri parametri che distinguono il laterizio di qualità dalle produzioni low cost.

E la sostenibilità? “Sbaglia – introduce il proprio intervento Ulrich Klammsteiner, responsabile tecnico della alto-atesina CasaClima – chi pensa che materiali come il legno siano più sostenibili del mattone”. Il punto, osserva Klammsteiner, alla guida del primo ente pubblico italiano capace di fare della certificazione in edilizia un portabandiera a livello internazionale, non è tanto la legislazione del settore, relativamente avanzata in Italia come nei principali Paesi europei, quanto la sua non applicazione, l’impossibilità – in sostanza – per l’acquirente di avere la certezza del reale rendimento energetico dell’edificio, a cominciare dai materiali utilizzati per la costruzione. La ricetta KlimaHaus? L’etichetta, il marchio, concesso solo dopo un attento iter di verifiche, sopralluoghi, ispezioni. “Dobbiamo trovare gli strumenti giusti – osserva Klammsteiner – per informare i cittadini sulla necessità di avere edifici efficienti dal punto di vista energetico”. Efficienza: questo il concetto cruciale con cui, secondo il responsabile tecnico dell’agenzia sudtirolese, dovrà misurarsi la filiera del laterizio. Allargando l’ottica dalla progettazione e dalla costruzione al concetto più generale di “pianificazione urbanistica”, concetto che include non solo il rendimento energetico e le emissioni del singolo edificio, ma anche il ritorno sugli investimenti, il consumo di territorio – all’interno dei più vasti costi ambientali – gli interventi praticabili sul patrimonio esistente. E la normativa? Non è sempre all’altezza, neppure quella europea, “che ancora non ha definito in modo preciso – puntualizza Klammsteiner – il concetto di edificio a energia zero”.

Da KimaHaus – che con 4mila certificazioni all’attivo punta in modo particolare sulla formazione e sull’organizzazione di seminari tecnici rivolti ai professionisti del settore – alle terre brasiliane, mercato di dimensioni continentali, ad oggi la sesta economia del mondo, dove il laterizio conosce uno sviluppo importante, pure in un quadro di struttura dell’impresa del tutto peculiare. “Una vocazione che vogliamo difendere – sentenzia Luis Carlos Barbosa Lima, presidente di Anicer, la principale associazione datoriale e sindacale del mondo ceramico brasiliano – quella di crescere con imprese familiari, capaci di offrire lavoro a tante persone e, dunque, di sostenere i consumi”. Un modello niente affatto necessario, quello del “gigantismo d’impresa”, mentre il settore del laterizio ha dalla sua parte “duemila anni di storia durante i quali ha dimostrato di essere una delle industrie più sostenibili in assoluto”. A parlare sono i dati, illustra Lima, che ha commissionato come Anicer uno studio comparato ad una nota società di consulenza canadese. “Considerando l’intero ciclo di vita del laterizio – osserva Lima, citando lo studio – il suo contribuito ai cambiamenti climatici è inferiore del 69% rispetto al cemento, del 57% in termini di utilizzo di fonti non rinnovabili, addirittura del 72% come consumo di acqua”. Un confronto effettuato considerando un ciclo di vita utile del prodotto mattone pari a 20-30 anni, “ma tutti sanno – sottolinea Lima – che il mattone dura molto di più”. In sostanza, non è il laterizio ad essere insostenibile, al limite è lo stile di vita, il modello di società e di impresa, il modo di produrre, che può essere migliorato e cambiato. Queste, secondo il timoniere di Anicer, sono le “nuove tendenze del settore heavy clay” in un’economia come quella carioca che conta ben 6.900 aziende, 18 miliardi di real brasiliani di giro d’affari, 1 milione e 300mila posti di lavoro tra occupazione diretta e indotto. Mentre da qui al 2023 – conclude Lima citando fonti ufficiali – serviranno almeno 20 milioni di nuove case per far fronte all’emergenza abitativa.

Dai “market needs” ai “market trends” – questo il tratto comune degli interventi che hanno animato la giornata di lavori in Sacmi – sempre di più, dunque, il settore del laterizio dovrà, nella necessaria ristrutturazione, misurarsi con il concetto di “innovazione sociale”, in una visione sistemica del prodotto mattone che significa, molto banalmente, insistere sul fatto che da sempre (e forse per sempre) nelle nostre case ci sarà un prodotto in laterizio. Per questo la crisi – dal greco “crisis”, opportunità – porta con sé, in questo più che in altri settori, altrettante occasioni di crescita per l’impresa e il lavoro.