Fallimenti, l’emorragia senza fine

Nuovo record per i fallimenti delle imprese (tra luglio e settembre sono stati 2.315, con un aumento del 4,4% su base annua), ma questa ormai è una costante. Quello che emerge dai dati Cerved del terzo trimestre dell’anno è un nuovo fenomeno: sono sempre di più le aziende sane che vengono liquidate volontariamente.

Nei primi 9 mesi sono così state liquidate “in bonis” più di 5mila imprese affidabili (esattamente 5.288) secondo i parametri della società di valutazione del rischio di credito, con un aumento del 7% rispetto al 2011. E va peggio se si guarda solo alle aziende di discrete dimensioni: tra le società con asset superiori ai due milioni di euro, nei primi 9 mesi dell’anno il numero di liquidazioni volontarie è arrivato a quota 285, con un incremento del 17% rispetto al 2011.

«Le liquidazioni tra le società sane derivano probabilmente dalle aspettative pessimistiche sul futuro – commenta Gianandrea de Bernardis, amministratore delegato del gruppo Cerved – ed è un aspetto che fa molto riflettere quando a chiudere sono imprese in grado di creare ricchezza». I fallimenti nel terzo trimestre sono invece in crescita dell’8,9% rispetto al secondo trimestre su base destagionalizzata e il dato porta a quasi 9mila il totale delle procedure dichiarate nei primi nove mesi dell’anno. In totale escono dal mercato in media 200 imprese al giorno: oltre ai fallimenti, si contano le 1.500 procedure concorsuali non fallimentari e le 45mila liquidazioni.

E, a quattro anni dall’avvio della “grande crisi”, molte imprese manifatturiere italiane si trovano oggi davanti a un bivio: rilanciare o perdere tutto. Lo si legge nell’ultimo rapporto “Analisi dei settori industriali” di Prometeia e Intesa SanPaolo, secondo il quale se nel 2012 l’industria italiana registrerà la prevista flessione di fatturato del 5% a prezzi costanti, oltre il 10% delle aziende “made in Italy” potrebbe trovarsi in una condizione di grave illiquidità. Che poi è spesso l’anticamera del fallimento: nell’ultimo decennio quasi un terzo delle aziende illiquide è infatti poi andato effettivamente in default. Secondo il rapporto, sono i produttori di beni di consumo durevoli e quelli più legati al mondo delle costruzioni gli imprenditori con maggiori difficoltà. Ma sono sempre più in crisi di liquidità anche le imprese dell’automotive e dei mobili, soprattutto di piccole dimensioni.

«È sempre più importante per le istituzioni agevolare il rapporto tra banche e imprese come il sistema delle Camere di commercio ha fatto con il Fondo Centrale di Garanzia», ha detto ieri Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio di Milano. «Tuttavia è importante promuovere anche altri canali di finanziamento», ha precisato. Un esempio, ha detto Sangalli, «sono i mini-bond, le obbligazioni pensate per le piccole imprese non quotate. Oppure il crowdfunding che permette a risparmiatori di comprare piccole quote azionarie delle imprese. Proprio le Camere di commercio potrebbero essere dei facilitatori nella diffusione e promozione di queste forme di finanziamento pensate per le piccole e medie imprese e le start up innovative».

Un nuovo allarme arriva, intanto, da Federstrade Confesercenti: secondo la presidente Mina Gianandrea «il settore del commercio negli ultimi mesi è stato decimato. Solo a Roma e nell’area metropolitana si contano, nei primi sette mesi dell’anno, 1.500 chiusure e il saldo nati-mortalità, posto a confronto con i dati dello stesso periodo del 2011 fanno registrare una ulteriore perdita di esercizi pari a 500 imprese e 2.000 addetti».«Se le cose non cambiano nei prossimi anni assisteremo, anche grazie a questi interventi di liberalizzazione ulteriori, ad un saldo negativo di almeno altre 8.000 piccole aziende commerciali».

Fonte: Il Secolo XIV