Censis: Italia più povera e impaurita. Le famiglie vendono oro, crolla la spesa

Italia «separata in casa» per sopravvivere alla crisi: da una parte ci sono le istituzioni politiche alle prese con il rigore sui conti, dall’altra i soggetti economici e sociali, che, «rimasti soli», attuano «affannose strategie di sopravvivenza». E’ un Paese caratterizzato da una «parallela discontinuità» quello che emerge dal 46° Rapporto Censis sulla situazione del Paese 2012.

Politica e società sempre più lontane. «I soggetti sociali – osserva il Censis – non si sono sentiti coinvolti dall’azione di governo perché sospettosi che alle strategie tecnico-politiche non seguisse un’adeguata implementazione amministrativa e organizzative e perché restavano in attesa di una proposta di percorso comune». L’istituto di ricerca sottolinea che «non è scattata la magia dello sviluppo fatto da governo e popolo e il rigore del governo non ha avuto lo spessore per generare forza psichica collettiva». Gli attori sociali hanno quindi sviluppato tre strategie di sopravvivenza: «La restanza del passato (per valorizzare ciò che resta funzionante dal tradizionale modello di sviluppo)», la «differenza e la voglia di personalizzazione» e i «processi di riposizionamento». «In questi – conclude il Censis- non abbiamo solo salvaguardato il nostro ‘esserè, ma anche cercato più o meno consapevolmente di “essere altrimenti”».

Famiglie nella paura: vendono oro, tornano bici e orti. «La paura c’è», evidenzia il rapporto, ma gli italiani reagiscono alla crisi anche con «difese strenue». In due anni 2,5 milioni di famiglie hanno venduto oro o preziosi; l’85% ha eliminato sprechi ed eccessi, il 73% va a caccia di offerte; il 62,8% ha ridotto gli spostamenti per risparmiare benzina, si vendono meno auto e c’è un boom delle biciclette: ne sono state vendute 3,5 milioni; 2,7 milioni di italiani coltivano ortaggi da consumare ogni giorno. Negli ultimi due anni sono invece state 300mila le famiglie che hanno venduto mobili e opere d’arte. Cambia anche il rapporto con i beni immobiliari, con una tendenza ad affittare gli alloggi inutilizzati ed a trasformare la propria abitazione in un piccolo bed and breakfast: nelle città con oltre 250mila abitanti lo ha fatto il 2,5% delle famiglie. «Di fronte al ritrarsi al del welfare pubblico» scatta la solidarietà familiare, «con un esborso annuo complessivo intorno ai 20 miliardi di euro» nelle famiglie a favore di un proprio componente. Il 62% degli italiani teme che le manovre di finanza pubblica producano tagli a qualità e servizi nella sanità, così le mutue sanitarie integrative coinvolgono oggi oltre 6 milioni di iscritti e più di undici milioni di beneficiari. C’è un ritorno all’orto, ma anche a prepararsi regolarmente in casa cibi come yogurt, pane e conserve: lo fanno 11 milioni di italiani. Sono di meno (dal 33,4% del 2010 al 32,1% del 2011) le famiglie che hanno più di una automobile, mentre si sta estendendo la logica del noleggio e del car sharing. Mentre aumenta il numero di famiglie che possiedono solo il telefono cellulare rinunciando alla telefonia fissa (sono il 30,9%, +2,5% nel 2011).

Crolla la spesa, consumi ai livelli del ’97. «Risparmio, rinuncio, rinvio»: il rapporto annuale del Censis indica così «le tre “r” dei consumi familiari», alla base del crollo delle spese. «Nel primo trimestre 2012 la flessione delle spese delle famiglie è stata del 2,8% e nel secondo trimestre vicina al 4% in termini tendenziali». Nel 2012 i consumi reali pro-capite, pari a poco più di 15.700 euro, «sono tornati ai livelli del 1997». Mentre è in «drastica riduzione»anche la propensione al risparmio, «dal 12% del 2008 all’attuale 8%». Così le famiglie si adattano alla crisi. Nella prima parte del 2012, indica il rapporto Censis, l’83% di un campione di famiglie ha indicato di aver sostanzialmente riorganizzato la spesa di alimentari, cercando offerte e prodotti meno costosi; il 66% ha cercato di limitare gli spostamenti in auto o moto per risparmiare sulla benzina, il 42% ha rinunciato ad un viaggio, quasi il 40% all’acquisto di articoli di abbigliamento o calzature, il 38% a pranzi e cene fuori casa. Tagli anche alle spese su tempo libero, cultura, cure per il benessere, prodotti elettronici. A metà 2012, ancora secondo una indagine su un campione di famiglie, per ottenere liquidità il 10% ha segnalato di aver venduto oro o altri oggetti preziosi, e quasi il 3% ha venduto un immobile senza acquistarne un altro, poco più dell’1% ha venduto mobili di famiglia. Quanto ai risparmi, il Censis rileva che il 18% delle famiglie nei primis ei mesi del 2012 non è riuscita a coprire tutte le spese con il reddito dello stesso periodo: 4,5 milioni di famiglie che non hanno mostrato capacità di risparmio e nella maggior parte dei casi (52%) hanno intaccato i risparmi preesistenti.

Sanità. La sanità costa cara agli italiani. Nel 2011 le famiglie hanno tirato fuori di tasca loro (out of pocket) per acquistare beni e servizi sanitari, ben 28 miliardi di euro, pari all’1,76% del Pil. Una spesa sostenuta soprattutto per far fronte alla scarsità di cure domiciliari e integrazione socio-sanitaria, necessarie per sostenere l’aumento dei malati gravi e cronici. E anche se, secondo l’Ocse, la spesa out of pocket italiana nel 2010 è stata pari al 17,8% della spesa sanitaria complessiva, quindi al di sotto della media Ocse del 20,1%, gli italiani spendono molto di più di altri Paesi europei come Francia (7,3%), Regno Unito (8,9%) e Germania (13,2%). Del resto, come evidenziano i dati del Ministero della Salute, il numero medio di ore erogate a ciascun caso preso in carico dall’assistenza domiciliare integrata nel 2008 è stato di circa 22 ore. Il che rende inevitabile per le famiglie supplire alle mancanze del sistema pubblico, e sostenere costi spesso insostenibili, quando si tratta di malattie gravi o croniche. Ad esempio, la stima dei costi sociali diretti a carico delle famiglie, fatta dal Censis, vede una spesa di 6.403 euro per l’ictus, di 6.884 euro per il tumore e 10.547 per l’Alzheimer. Ciò evidenzia, secondo il Censis, come il modello assistenziale socio-sanitario sia capace di coprire solo una parte dei bisogni, lasciando scoperti proprio i soggetti che più ne avrebbero bisogno, soprattutto nel lungo periodo.

Boom di chi cerca lavoro. «Tra primo semestre 2011 e primo semestre 2012 il numero delle persone in cerca di lavoro è aumentato di oltre 700mila unità», a 2,75 milioni. «Incremento davvero eccezionale, +34%», rileva il Censis nel rapporto annuale. Mentre è «anticiclica» la dinamica dell’occupazione femminile, con 110mila nuovi posti tra 2010 e 2011, +1,2%; «tendenze destinate a consolidarsi ancora di più nel 2012», con un saldo di +118mila unità nel primo semestre. In controtendenza anche l’occupazione nelle coop.

Lavoro, allarme giovani. «Nei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati ha registrato una flessione dello 0,3%», indica il rapporto annuale del Censis. Segnalando che «sono stati bruciati più di 240mila posti di lavoro destinati ai giovani». La crisi «ha dato una netta accelerazione ad un processo di invecchiamento già in corso da tempo»: la quota di under 35 al lavoro scende al 26,4% nel 2011 dal 37,8% di dieci anni fa.

Fonte: Il Messaggero