Ecco la guida al redditometro

redditometroNel mare di informazioni più o meno chiare sul redditometro, lo strumento che utilizzerà il Fisco per controllare spese e introiti dei contribuenti, non è facile muoversi. Ecco quindi la guida, pubblicata dal Corriere della Sera, per capire il nuovo strumento di accertamento fiscale introdotto dal governo Monti.

Le tipologie familiari – Per misurare i redditi medi sono state create undici tipologie familiari alle quali corrispondono determinati redditi e spese. In sostanza ogni singolo contribuente viene calato in un preciso contesto familiare e in una certa area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole).

Le spese – Lo scopo del redditometro è verificare che quanto spendiamo sia coerente con il reddito dichiarato. Ha quindi messo sotto controllo cento voci fra spese, risparmi e investimenti. Per ciascuna voce il Fisco attribuisce un valore: in alcuni casi lo desumerà dai dati certi dell’Anagrafe tributaria, in altri assumerà il valore medio delle tabelle Istat in base alla tipologia familiare e territoriale.

Quando scatta il sospetto e il controllo – Il Fisco sceglierà i contribuenti da controllare partendo da situazioni in cui le incoerenze sono palesi, per esempio il pensionato, o il contribuente che dichiara un reddito minimo, che fa un acquisto di lusso. Al contribuente che finisce sotto la lente viene quindi applicato lo schema delle 100 voci del redditometro così da arrivare attraverso i dati certi e quelli presunti (come spiegato sopra) al valore del suo reddito complessivo presunto. Lo scostamento tollerato è fino al 20%. Se superiore a questa cifra, il Fisco chiederà al contribuente delle spiegazioni. Ma attenzione: solo se lo scostamento tra i due dati è superiore a 12 mila euro. La franchigia di mille euro al mese serve a correggere le approssimazioni dovute all’applicazione delle medie Istat.

La franchigia – Poniamo che lo scostamento sia superiore al 20%. Per esempio il contribuente dichiara 80 mila euro ma il Fisco accerta un reddito da 100 mila euro. Inquesto caso lo scostamento (20 mila euro) è superiore al 20% (16.400 euro) e supera anche la franchigia di 12 mila euro. Risultato: il contribuente sarà invitato a spiegare l’incoerenza.

Gli scontrini – Non bisogna conservare tutti gli scontrini, dal caffè, al pane, al cappotto. Ci sono già una serie di spese delle quali il Fisco è a conoscenza: utenze domestiche, acquisti superiori a 3.600 euro, assicurazioni. Quello che è meglio conservare sono le ricevuto di acquisti di una certa importanza, tipo i viaggi, gli elettrodomestici, spese inconsuete. Non ci saranno accertamenti su scostamenti dalle medie Istat.

Le esclusioni – Ci sono redditi non dichiarati che sono però esclusi: quelli tassati in percentuale inferiore al reale realizzo, come i dividendi, o quelli tassati in misura forfettaria, come i redditi fondiari. Oppure le borse di studio, le indennità di accompagnamento, le pensioni sociali.

Accusa e difesa – Se un contribuente riesce a giustificare l’incongruenza da cui è partito l’accertamento nel contraddittorio cui sarà chiamato, la questione finisce lì. In caso contrario partirà l’accertamento vero e proprio e il contribuente dovrà versare il 30% della maggior somma dovuta al Fisco. Il contribuente potrà difendersi in tre modi: dimostrando che il Fisco ha ricostruito in maniera scorretta la spesa da dimostrare documenti alla mano; dimostrando che il pagamento è stato fatto da terzi (tramite bonifico o assegno) oppure che si tratta di una donazione (ma bisogna portare la prova) o che è stato fatto tramite mutuo. Infine dimostrando attraverso gli estratti conto che l’acquisto è frutto di risparmi su anni.

Sotto la lente – Quest’anno sono previsti 35mila accertamenti su una platea di contribuenti pari a 40-50 milioni. I redditi su cui potremo, da marzo, essere chiamati a dare spiegazioni sono quelli dal 2009 in poi

Fonte: Libero