Ossigeno alle banche la Basilea light

bancheDomenica scorsa il Comitato di Basilea ha annunciato un consistente ammorbidimento della normativa sulla liquidità delle banche, destinata a entrare in vigore dal 2015. È una decisione opportuna, che accoglie alcune delle critiche avanzate nei mesi scorsi dagli osservatori (incluso il Banking Stakeholder Group dell’EBA). Ma è insufficiente, perché annacqua il cocktail senza modificarne la composizione. Se era cattivo prima (come implicitamente conferma l’intervento del Comitato), ora lo è un po’ meno. Ma difficilmente diventa appetibile.

In dettaglio, è stato sensibilmente alleggerito il cosiddetto Liquidity Coverage Ratio (Lcr) che richiede alle banche di detenere un portafoglio di titoli facilmente liquidabili pari almeno alle uscite che potrebbero dover fronteggiare, nei 30 giorni successivi, in un contesto perturbato. Nella nuova versione, il portafoglio dovrà coprire solo il 60% delle uscite; la percentuale aumenterà di 10 punti ogni anno, fino a raggiungere il 100% nel 2019. Sono state inoltre rimosse alcune delle più vistose esagerazioni contenute nella precedente versione, come la regola secondo la quale, se una banca entrava in crisi di liquidità, tutti i suoi debitori contemporaneamente avrebbero immediatamente prelevato il 100% dei propri fidi irrevocabili (per farsene cosa? Forse per dispetto o per mera goliardia_).

L’architetto di Basilea, però, non ha modificato i pilastri portanti dell’edificio, compresi quelli (ne ricorderò un paio) che sfidano la gravità e la logica. In primo luogo non è stato introdotto un vero requisito di diversificazione sul portafoglio di attività liquide richiesto dalla nuova normativa. Se le banche volessero concentrare investire esclusivamente in titoli di stato del loro paese, il Comitato non avrebbe nulla da eccepire. E nemmeno chiederebbe che i titoli acquistati beneficino di un certo rating minimo: se sono robaccia, pazienza, l’importante è acquistare patriotticamente il debito del proprio governo. Se poi il governo è pesantemente indebitato, tanto meglio: c’è abbondanza di titoli da comprare e i rendimenti sono più alti (roba da indurre in tentazione il più casto dei banchieri). Pare una normativa fatta apposta per accentuare il sovereign-bank loop, quel «circuito» perverso tra stati sovrani (che si indebitano per salvare le banche) e banche (che investono in titoli di Stato) che ha scardinato l’Eurozona per tre anni.

In secondo luogo, le regole del Lcr sono concepite non solo per proteggere le banche da crisi isolate, ma anche da fenomeni di illiquidità generalizzati, in cui tutti gli istituti subiscono enormi deflussi di cassa inattesi. Ne consegue, ad esempio, che vengono considerate inutili le linee di liquidità irrevocabili interbancarie (sorta di «polizze di assicurazione» dove la banca Alfa paga alla banca Beta una piccola commissione in cambio della possibilità di ricevere un prestito in caso di bisogno), finendo per disincentivare l’utilizzo di uno strumento potenzialmente prezioso. Il motivo è che si suppone che quando la banca Alfa chiederà il prestito a cui ha diritto, anche la banca Beta sarà in pessime acque e impossibilitata a mantenere la parola (e così tutte le altre). Un simile scenario apocalittico, tuttavia, non può essere affrontato imponendo vincoli ai singoli istituti, perché solo la banca centrale a quel punto ha munizioni sufficienti per ripristinare la liquidità sui mercati. Insistere perché ogni banca metta abbastanza fieno in cascina da resistere ad Armageddon sarebbe come imporre ai ristoranti di dotarsi di estintori da otto quintali: e i pompieri, allora, a cosa servono?