I tassi di cambio siano determinati dal mercato

bceLa “guerra valutaria” scalda le diplomazie internazionali. I Paesi riuniti nel G7 hanno rilasciato una nota nella quale è stato “confermato l’impegno di lungo termine perché i tassi di cambio siano determinati dal mercato”. Le principali venti economie mondiali, con i loro governatori e ministri delle Finanze, si fronteggeranno nei prossimi giorni a Mosca (venerdì e sabato). I primi sette di loro intervengono così su un tema di forte attualità economica, dopo le polemiche tra Francia e Germania sull’apprezzamento dell’euro e le accuse di tenere la propria valuta sottovalutata che giungono da più parti verso potenze economiche come Cina e Usa. Ma è soprattutto il Giappone ad essere additato come principale responsabile di questa escalation valutaria, con le mosse della Bank of Japan, auspicate dal premier Shinzo Abe, che stanno spingendo al ribasso le quotazioni dello yen. Già prima le operazioni di riacquisto di bond della Fed avevano fatto emergere preoccupazioni dall’America Latina all’Europa.

“Noi, i ministri e i governatori del G7, riaffermiamo il nostro impegno di lungo termine perché i tassi di cambio vengano determinati dai mercati e per una consultazione stretta su azioni che riguardino i mercati valutari”, si legge nella nota dei ministri delle Finanze e dei governatori centrali di Canada, Francia, Germania, Usa, Italia, Giappone e Regno Unito. La nota è stata pubblicata dal Tesoro inglese, che detiene la presidenza

di turno per il 2013.

I toni sono però smorzati quando si riafferma “che le nostre politiche fiscali e monetarie sono state e resteranno orientate verso il raggiungimento dei rispettivi obiettivi interni attraverso strumenti interni, e che non agiremo sui tassi di cambio”. Nessuno strumento in campo – dunque – coordinato a livello internazionale al di sopra della sovranità dei singoli attori di questa complessa partita economica. “Concordiamo”, conclude il G7, “che un eccessiva volatilità e movimenti disordinati nei tassi di cambio possono avere implicazioni negative per la stabilità economica e finanziaria”, ripercorrendo il monito già lanciato dal governatore della Bce, Mario Draghi. “Continueremo a consultarci in modo ravvicinato sui mercati valutari e coopereremo nel modo appropriato”.

Anche la Bce, per bocca, del vice-presidente Victor Constancio, ha messo la guerra valutaria sotto al tappeto: al momento non ci sono rischi, ha detto, ma è una prospettiva che deve essere evitata. Il commissario europeo agli Affari economici e monetari Olli Rehn “ha accolto con favore” la dichiarazione del G7: “E’ quello che abbiamo sempre detto coerentemente”, ha sottolineato Rehn, esprimendo l’auspicio che l’impegno del G7 per una stretta consultazione “sia confermato dal G20” di Mosca nel fine settimana. Lapidario, alla conclusione dell’Ecofi, il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble: “Non esiste un problema di tasso di cambio in Europa”.

Il ministro delle Finanze nipponico, Taro Aso, ha tenuto una conferenza stampa per sottolineare che il Giappone segue politiche idonee a superare la recessione deflazionistica, accogliendo quindi come vittoria la presa di posizione del G7, che “capisce che il Giappone non ha l’obiettivo di manipolare tassi di cambio”. Nella nottata, Haruhiko Kuroda, il presidente della Asian Development Bank e tra i più autorevoli candidati per la poltrona di governatore della BoJ, aveva detto che ulteriori politiche monetarie per l’indebolimento dello yen “potrebbero essere giustificate” durante il 2013. Dalla sponda orientale del Pacifico, il sottosegretario al Tesoro Lael Brainard aveva benedetto l’operazione, sottolineando che gli usa “supportano il tentativo di rinvigorire la crescita economica e porre fine alla deflazione in Giappone”. Parole combinate che hanno portato lo yen ai minimi dal maggio del 2010 nel confronto con il dollaro.

Che le preoccupazioni valutarie siano “infondate” è l’opinione di Sara Yates, Global Currency Strategist di J.P. Morgan Private Bank. “La politica del Giappone è volta a stimolare l’inflazione e la crescita – obiettivi sensati dato il lungo periodo di crescita limitata e deflazione”, sostiene l’esperta. “Una conseguenza di questa politica è una valuta più debole. Ma questa è anche la conseguenza del quantitative easing, o di un banchiere centrale che mostra il disagio per il recente livello del tasso di cambio della sua valuta”, aggiunge facendo riferimento a Fed e Bce. Pertanto, “non ci aspettiamo” che le “preoccupazioni possano avere il potenziale sufficiente nella comunità internazionale per invertire le politiche del Giappone o l’andamento dello yen”.

Nessun passo indietro dalla Svizzera, che conferma la sua volontà di difendere l’obiettivo di cambio del franco nei confronti dell’euro, e valuta la possibilità di utilizzare altri strumenti per tentare di mantenere il margine massimo di 1,20 franchi per un euro. Lo ha detto Thomas Jordan, governatore della Banca centrale. Il franco, ha detto ancora Jordan, resta una valuta sopravvalutata. In passato si era fatto sentire in particolare il presidente francese Francois Hollande, che ha chiesto che i governi dell’area euro si dotino di “una politica sui cambi”. Una linea che ha creato attriti con la Germania tradizionalmente ostile a manovre che odorino di svalutazioni competitive.

Fonte: Repubblica