Perché Fitch ha mandato l’Italia in serie B

FitchIngovernabilità.E’ la situazione di caos politico generata da elezioni “inconcludenti” ad aver spinto la più piccola delle agenzie di rating, Fitch, a portare in serie B l’Italia. L’agenzia di rating accompagna la bocciatura con un «outlook negativo». Significa che le prospettive nazionali potrebbero peggiorare ancora e, con esse, il giudizio dell’agenzia, perché l’esito del voto «rende improbabile che l’Italia possa avere un governo stabile nelle prossime settimane». Dal suo osservatorio, «l’incertezza politica e il possibile conseguente freno alle riforme strutturali costituiscono un ulteriore shock per l’economia reale nel bel mezzo di una dura recessione». E’ la prima grande doccia fredda sulla scena internazionale dopo le elezioni. Scrive Elena Polidori su Repubblica:

Ma gli analisti dell’agenzia americana temono le incognite del dopo-voto. Già avevano avvertito sui rischi di un periodo di instabilità. Adesso, pur dando atto all’Italia di aver fatto «passi avanti nel risanamento dei conti negli ultimi due anni», decidono di dare una dare una sforbiciata al rating, ovvero al punteggio che misura il grado di affidabilità del paese. Il «downgrading» è infatti legato a filo diretto proprio con lo stallo politico che, ai loro occhi, rende più difficili le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno. Fitch è convinta che la recessione italiana sia tra le più dure e profonde dell’intera Europa, col rischio di un suo prolungamento oltre le attese. Il mix di incertezza politica e rallenty economico la spingono ad elaborare stime buie e comunque più pessimistiche di quelle, recentissime, della Ue e della Banca d’Italia. La previsione è di un Prodotto interno lordo a meno 1,8% quest’anno e un debito pubblico vicino a quota 130% del Pil.

Finora Fitch era rimasta l’unica a non esprimersi sul dopo il voto:

Moody’s s’è detta perplessa subito dopo il risultato delle urne; S&P ha avvertito che «le scelte del prossimo governo saranno essenziali». Adesso però, a oltre un anno dall’ultima bocciatura (gennaio 2012), rompe il silenzio post-elettorale per togliere la preziosa A al paese, per relegarlo appunto in serie B, tre gradini sopra il livello junk, spazzatura.

E adesso? Massimo Giannini, sempre su Repubblica, dice che il problema è la mancanza di una prospettiva di governabilità a medio-lungo termine:

Le motivazioni usate dagli analisti, per giustificare la retrocessione italiana e l’outlook negativo che ne consegue, sono inequivoche. Oltre al debito pubblico (che viaggia verso il 130% del Pil), oltre alla recessione ormai strutturale (che si conferma «una delle più profonde in Europa»), pesa soprattutto «il risultato inconcludente delle elezioni». E il prevedibile sbocco verso «un governo debole che potrebbe essere più lento e meno capace di rispondere agli shock economici interni e internazionali». Una volta tanto, le agenzie di rating esprimono valutazioni condivisibili, e oggettivamente incontrovertibili. Questo preoccupa, nella commedia italiana che precipita pericolosamente verso la tragedia greca. Non solo l’affermazione di una forza esplicitamente anti-sistema, come il Movimento di Beppe Grillo, che incarna una forma nuova di «populismo digitale» capace di rimettere in discussione le regole della democrazia rappresentativa. Non solo la formazione di una «stranissima maggioranza» trasversale tendenzialmente anti-europea, come la somma di M5S-Pdl- Lega, che esprime un ribellismo radicale capace di rimettere in discussione i patti sottoscritti con l’Unione. Quanto piuttosto l’assenza di una prospettiva di governabilità di medio-lungo termine, che possa fare dell’Italia un interlocutore affidabile per le cancellerie e credibile per i mercati.

Marzio Breda sul Corriere della Sera spiega che il problema dell’ingovernabilità, nelle prossime settimane, non potrà che aggravarsi:

Se quel tentativo, da aprire e chiudere in pochi giorni, dovesse evaporare per una conferma dell’indisponibilità del Movimento 5 Stelle, come appare certo, una subordinata c’è, per Napolitano. Una sola, fondata sul senso di responsabilità dei partiti e che potrebbe avere soltanto l’orizzonte breve di una fase di transizione. E, dopo quanto ha detto ieri, nessuno può credere che il capo dello Stato non ne voglia verificare le chances.

Che sono le classiche:

È quella di un incarico a vocazione maggioritaria per formare un «governo del presidente », o per meglio dire istituzionale, che dovrebbe traghettarci oltre l’emergenza, proponendo davanti al Parlamento un programma fondato su un numero limitatissimo di provvedimenti (per far ripartire l’economia e migliorare subito «la vita quotidiana della gente») e sulla riforma della legge elettorale. A guidare e comporre un simile esecutivo dovrebbero esserci personalità di forte caratura istituzionale, in grado di coagulare la «seria coesione» evocata ieri, a margine della «Giornata della donna». Sì, quelle provvisorie, larghe intese che fanno venire l’orticaria al centrosinistra.