Francia, Spagna e Italia “La Tobin tax va ammorbidita”

tobintaxFrancia, Italia e Spagna vogliono cambiare la proposta di Tobin Tax attualmente in fase di discussione. Nel corso delle consultazioni fra gli undici paesi che hanno deciso di dotarsi di una tassa comune sulle transazioni finanziarie (Ftt), le tre delegazioni hanno chiesto di eliminare l’imposta da ogni compravendita di titoli di stato.

«E’ una linea rossa, una questione non negoziabile», assicurano fonti italiane. La Germania e i nordici ritengono invece che si debbano considerare imponibili anche le operazioni effettuate sul mercato secondario, quello dei titoli usati. La Commissione Ue, autrice del testo che fa da base alla trattativa, è di questo stesso avviso. L’offensiva riporta in alto mare un dossier che corre da sempre in salita e che al ministero dell’Economia non è mai stato digerito sino in fondo. Nel luglio 2012 Roma ha accettato con non pochi patemi di entrare nel gruppo delle capitali determinate ad avviare una procedura di cooperazione rafforzata – strumento con cui i Trattati Ue consentono di aggirare le decisioni da prendere all’unanimità à – per introdurre la Ftt. La tassa, detta “Tobin dal nome dell’economista americano che per primo l’ha suggerita, dovrebbe applicarsi su tutte le transazioni finanziarie. Attualmente, l’ipotesi è di un’aliquota dello 0,1% sui valori azionari e obbligazionari, e dello 0,01 sui prodotti derivati.

La paura italiana nasce dalla preoccupazione di veder reso più difficile il collocamento sul mercato dei titoli di stato, dunque la gestione del debito sul secondario, attività più che delicata per chi ha un passivo storico che vale il 130% del pil. La Commissione Ue precisa che l’imposta riguarda solo il secondario, e non quando interviene l’emittente. Poi aggiunge che, alla luce dei rendimenti sul segmento in questione, il danno sarebbe «decisamente contenuto». «Dieci mesi fa l’Italia era d’accordo – accusa una fonte Ue -. Ora ha cambiato idea».

Torna in mente un “qui pro quo” di fine giugno, proprio di matrice italica, coi nostri rappresentati a un Ecofin lussemburghese che chiedevano tempo, e il premier Monti a Roma che dava l’illusione agli altri big europei di essere a bordo della cooperazione rafforzata. Solo più tardi, e proprio per non essere lasciati già dal treno su cui avanzavano Francia e Germania, abbiamo accettato di malavoglia. I dubbi sono rimasti nella borsa da viaggio. E ora, buona notizia per i nostri, sono condivisi anche dallo staff di Hollande, in piena crisi di sviluppo e con la contabilità nazionale che diverge dai virtuosismi.

Il risultato è che un progetto che l’intero mondo della finanza (salvo i politici diretti interessati) riteneva destinato a finire nel nulla, rischia di piegarsi a un destino meno fausto del previsto. «E’ un anno che se ne parla», sbuffa una fonte persuasa che il tempo la dica lunga su come vanno le cose. L’Italia che punta i piedi con un governo che solo formalmente ha pieni poteri è l’indice di un scollamento che potrebbe agevolare il decesso della Tobin. O, almeno, la sua andata alle calende greche. Da noi la tassa è già in vigore dal primo marzo e non pare aver fatto danni. Sfrutta la formula più limitata, quella che ora si cerca di far adottare in Europa. I tedeschi, però, la vogliono piena. Non tanto perché non hanno problemi di debito pubblico, loro, quanto perché ritengono che allargando la base imponibile si raggiungano maggiori risultati di gettito e di equità. Sarà un scontro difficile. Prossima tappa all’Ecofin di maggio. Un’approvazione a giugno è auspicata, ma per nulla sicura.