L’Europa: il deficit dell’Italia al 3%

Commissione EuropeaNiente allarme sui conti pubblici, ma a vedere i numeri dell’economia italiana c’è davvero poco da ridere. Nelle previsioni di autunno diffuse stamane, la Commissione Ue certifica che Roma rispetta l’obiettivo del 3 per cento per il rapporto fra deficit e pil nel 2013, e fissa quello del 2014 al 2,7 per cento, due decimi di punto oltre le stime del governo, comunque a buona distanza dalla soglia del pericolo. Vuol dire che, se rispettata alla lettera, la manovra di Letta & Co. mette la governabilità della finanza pubblica sulla giusta via e, per quanto se ne può dire ora, tiene a bada il rischio di una nuova procedura di deficit eccessivo. Bruxelles, a scanso di equivoci, precisa che tutto è però condizionato «alla piena esecuzione delle misure di bilancio varate sinora» e che il debito resta stellare e, anzi, salirà nel 2014, dal 133 al 134 per cento del prodotto interno lordo. Ma qui, in assenza di crescita, la soluzione richiede solo miracoli fuori dalla portata del governo.

Il problema è strutturale. L’Italia chiuderà l’anno in rosso dell’1,8 per cento (dopo il -2,5 per cento del 2012 e si tratta di una previsione peggiorata rispetto al rapporto di primavera), e nel 2014 avrà una «ripresina» dello 0,7 per cento del pil. Bruxelles ha deciso di fidarsi dell’Istat più che del governo, il che è del tutto ragionevole. Ancora una volta pagheremo il fio della ridotta competitività e della produttività latente, con un risultato lontano dalla media Ue nel 2014 (1,1%), ma soprattutto dalla locomotiva tedesca che crescerà l’anno prossimo dell’1,7 per cento, dopo il più 0,5 di quest’anno. Non è una sorpresa. Siamo in fase di deindustrializzazione e il motore della nostra attività è inceppato, mentre le riforme vere e necessarie tardano a venire e la politica non garantisce stabilità.

In questo scenario si innesca il dramma della disoccupazione. Dramma vero e insopportabile. A bocce ferme, e nonostante la ripresina, la Commissione prevede un aumento inesorabile della percentuale dei senza lavoro sulla popolazione attiva, si andrà dall’12,2 per cento attuale al 12.4 del 2014, anno in cui il pil dovrebbe comunque salire dell’1,2 per cento. Gli effetti della congiuntura migliorata saranno dunque lenti e le tensioni sociali potranno continueranno di conseguenza, con effetti anche sulla stabilità politica. Solo nel 2015 si avrà una marginale retromarcia. Ma resteremo ancora oltre il 12 per cento.

Bruxelles spiega l’economia fiacca col basso livello di investimenti, un ambiente esterno meno dinamico, e gli effetti negativi del cambio forte. Tuttavia, gli indicatori lasciano credere che «una lieve e graduale ripresa» sia in vista. C’è la fiducia che ritorna e l’export che dà segni di vitalità. Con un segnale di potenziale ottimismo per il 2015: «La previsione di un pil in crescita dell’1,2 per cento non comprende i benefici della piena realizzazione delle riforme strutturali adattate, visto che la loro materializzazione potrebbe richiedere più del previsto». Basterebbe dunque accelerare per avere maggior risultati. Ma vale anche il contrario.

Il deficit al 3 per cento nel 2013 è, come si diceva condizionato «alla piena esecuzione delle misure di bilancio varate sinora». La pesa per interessi «dovrebbe calare grazie alla diminuzione del premio sul rischio sovrano», cioè il calo degli spread. La spesa primaria in termini nominali aumenterà dell’1 per cento dopo il calo del triennio 2010-2012: ciò è dovuto al pagamento del debito arretrato delle imprese che ha fatto aumentare di mezzo punto di pil la spesa per investimenti. Il gettito «dovrebbe aumentare marginalmente grazie alla buona prestazione della tassazione sulla ricchezza finanziaria e sulla quella corporate».

Nel 2014, il deficit sarà al 2,7 per cento se la manovra varata il 15 ottobre sarà rispettata, assicura la Commissione. Il governo prevedeva il 2,5 per cento, ma vista l’incertezza politica che Rehn a Roma, un poco di cautela è inevitabile. L’avanzo primario è invece destinato a crescere sino al 2,8 per cento del pil. A politiche invariate, il deficit dovrebbe scendere al 2,5 per cento del pil nel 2015, il che ci dovrebbe assicurare l’immunità da una nuova procedura di deficit eccessivo.

Qualche tensione rimane sul saldo strutturale che le regole voglio in pareggio o quasi, cioè «close to balance». Si avranno miglioramenti nel 2014, ma si resterà negativi di tre quarti di punto. Visti i tempi, non dovrebbero esserci problemi. Più avanti, dal 2015 anno in cui bisognerà cominciare a tagliare anche il debito, la musica potrebbe cambiare. Vedremo.

E il resto dell’Europa? «Ci sono crescenti segnali che l’economia ha raggiunto un punto di svolta – dichiara il commissario addetto alla congiuntura Olli Rehn -. Il consolidamento di bilancio e le riforme strutturali avviate in Europa hanno creato le basi per la ripresa, ma è troppo presto per cantare vittoria: la disoccupazione rimane ad un livello inaccettabile. Questo è il motivo per cui dobbiamo continuare a modernizzare la nostra economia, per arrivare ad una crescita sostenibili che produca posti di lavoro».

La crescita Ue nella seconda metà del 2013 sarà dello 0,5 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Su base annuale la crescita reale (al netto dell’inflazione) si annuncia però piatta. L’anno prossimo dovrebbe esserci il segno più nell’Ue (1,4%) e nell’Eurozona (1,1), dati che dovrebbero salire nel 2015 (1,9 e 1,7). Noi italiani guarderemo da lontano. Sperando che quella parte del nostro corpo malato che funziona, quel 30 per cento delle imprese che corrono nonostante tutto, possa essere da buon esempio perle altre. E che la classe politica si assuma le sue responsabilità, finalmente, dopo anni di politiche più costose per i cittadini che efficaci in termini di benessere e progresso sociale.

 

Fonte: La Stampa