“Precari da giovani e poveri da vecchi”. Allarme Ocse per i futuri pensionati

ocsePrecari oggi e poveri domani. E’ l’allarme lanciato dall’Ocse nel rapporto 2013 sui sistemi pensionistici, relativamente ai lavoratori con contratti intermittenti. “L’adeguatezza dei redditi pensionistici – denuncia l’Organizzazione – potrà essere un problema” per i pensionati italiani domani dal momento che “con il metodo contributivo, le prestazioni sono legate strettamente ai contributi”. Per questo “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti saranno più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”.

L’Ocse segnala come “oltre alle prestazioni sociali (assegno sociale) erogate secondo il livello di reddito, per le persone di 65 anni e per quelle più anziane, l’Italia non prevede alcuna pensione sociale per attenuare il rischio di povertà per gli anziani”.

Non solo. “Il pilastro pensionistico privato – sottolinea il rapporto – non è ancora ben sviluppato. In seguito all’introduzione del meccanismo d’iscrizione automatica ai piani pensionistici privati nel 2007, la loro copertura raggiungeva solo il 13,3% della popolazione in età lavorativa alla fine del 2010”.

Dal rapporto emerge di contro un altro dato: in Italia resta ancora “relativamente bassa” l’età effettiva alla quale uomini e donne lasciano il mercato del lavoro. Per gli uomini l’età è di 61,1 anni e 60,5 per le donne, contro una media Ocse rispettivamente di 64,2 e 63,1 anni. Anche i tassi di partecipazione al mercato del lavoro dei lavoratori appartenenti alla fascia di età 55-64 (anche se sono migliorati passando dal 27,7 % al 40,4 % tra il 2000 e il 2012) “sono ancora relativamente bassi” e presentano “spazio per ulteriori miglioramenti”. Tuttavia, riconosce l’organizzazione, “l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro, soprattutto se esistono meccanismi che consentono ai lavoratori di lasciare il mercato del lavoro in anticipo”. Sono pertanto “essenziali” politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui ad avere carriere più lunghe.

Ciononostante “con una spesa pubblica per pensioni di vecchiaia e superstiti pari a 15,4% del reddito nazionale (rispetto a una media Ocse del 7,8%), l’Italia che aveva nel 2009 il sistema pensionistico più costoso di tutti i Paesi dell’Ocse, con la riforma adottata nel dicembre 2011, ha realizzato un passo importante per garantirne la sostenibilità finanziaria”.