Rapporto 2013 sull’innovazione in Emilia Romagna

InnovazioneDi fronte alla crisi è necessario andare alla ricerca di nuove strade, fino ad incrociare scoperte non previste, e trovare nuovi obiettivi, nuove risorse, nuovi partner.

E’ questo il significato che le imprese, per rimanere competitive, devono dare al termine innovazione, elemento imprescindibile della propria attività.

Tuttavia, la persistenza della crisi incide sugli investimenti in innovazione delle imprese che puntano innanzitutto su diminuzione dei costi e aumento della produttività senza un orizzonte a più lunga scadenza. E’ quanto emerge dall’analisi dei dati del Rapporto regionale 2013 sull’innovazione, presentato alla manifestazione Ecomondo a Rimini Fiere.

L’indagine promossa da Unioncamere Emilia Romagna in collaborazione con Cise (azienda speciale della Camera di commercio di Forlì-Cesena) e di tutte le Camere di commercio della Regione, è stata realizzata coinvolgendo un campione di 1.596 imprese (in prevalenza di piccole dimensioni), soprattutto della meccanica (16,9% dei casi), metallurgia (25,6%), tessile/moda (13,3%), agro-alimentare (11,7%) e altro manifatturiero (31,8%).

Un elemento di forte criticità, anche se in calo rispetto alle precedenti rilevazioni, è la percentuale, ancora prevalente (53,6%) delle imprese che nell’ultimo triennio, non hanno effettuato alcuna innovazione.

L’ambito cui le imprese interpellate guardano con maggiore attenzione per migliorare la propria performance competitiva è quello dei materiali. Seguono gli ambiti dell’informatica e dell’energia (riduzione dei consumi energetici, efficienza energetica di impianti ed edifici, fonti di energia rinnovabili) e l’ingegnerizzazione del processo produttivo.

La dimensione sulla quale le aziende più di frequente dichiarano di voler investire è il miglioramento dei processi di produzione, finalità indicata da oltre un terzo delle imprese interpellate. Seguono formazione del personale e sviluppo di nuovi prodotti.

Quasi il 18% ha introdotto innovazioni di prodotto e quasi il 17% innovazioni di processo, entrambe di tipo incrementale.

L’innovazione radicale, orientata sul lungo periodo e più “pregiata” in quanto permette all’impresa di riposizionarsi sul mercato attraverso nuovi prodotti e servizi, ha riguardato una quota minore di casi: il 6,9% per innovazioni di prodotto e il 5,8% per innovazioni di processo.

L’innovazione è stata generata principalmente all’interno dell’azienda.

Le aziende che hanno introdotto una innovazione di prodotto radicale negli ultimi tre anni dichiarano di aver registrato un aumento del fatturato del 13,3%.

La tipologia di queste imprese è identificabile nella medio-grande dimensione, nel settore dell’elettronica ed elettricità, con alta intensità tecnologica e di R&S, apertura a valle significativa, appartenenti a gruppi stranieri o a reti di impresa e che hanno avviato processi di conversione verso la green economy.

I segmenti di imprese che non ha introdotto alcuna innovazione sono soprattutto riconducibili a: piccole, industria dei materiali non metalliferi, manifatturiero tradizionale, con minore apertura a valle, che servono direttamente i consumatori finali e che non hanno avviato processi di conversione verso la “green economy”.

L’acquisto di nuovi macchinari e attrezzature è la principale voce di investimento (12,7%) delle imprese in crescita (10,9% registrato nel 2012), seguita da acquisto di nuovi software (3,6%) e hardware (3,3%). Solo al quarto posto l’investimento su sviluppo e design di nuovi prodotti.

Ciò che sembra accomunare le dichiarazione della quasi totalità delle imprese interpellate è il giudizio in merito all’eccessiva pressione fiscale come principale ostacolo all’innovazione aziendale.

Quindi il rischio d’impresa percepito come troppo elevato, in particolare dalla piccola impresa.

Altri elementi frenanti sono le difficoltà a livello di strategie di mercato (a comprendere il mercato e la concorrenza) e a reperire personale qualificato.

Il principale beneficio dell’innovazione è stato individuato dalle imprese nel miglioramento della qualità dei prodotti/servizi (47,9%), mentre al secondo posto si trova un risultato economico migliore (34,4%), quindi una organizzazione aziendale più efficiente (18,8%) e poi i tempi di lavorazione ridotti (15,4%).

Quasi il 30% del campione emiliano-romagnolo ritiene che le innovazioni introdotte in azienda abbiano portato a benefici anche per la collettività e il territorio di riferimento. Questi effetti positivi possono essere ricondotti a due macro-aree: la prima e più rilevante riguarda l’impatto ambientale (ridotto in termini di inquinamento e di emissioni, di produzione di rifiuti e di scarti, di ricorso a fonti energetiche rinnovabili, di riduzione dell’energia utilizzata, ecc.); la seconda afferisce alle ricadute socio-economiche per il territorio, innanzitutto in termini occupazionali.

La localizzazione dei principali clienti delle imprese coinvolte nell’indagine fornisce un’importante indicazione del loro grado di apertura verso l’esterno e, dunque, di internazionalizzazione e di capacità di penetrazione nel mercato globale. Le imprese che mostrano un grado di apertura a valle significativo sono il 9,8% in aumento di quasi un punto percentuali rispetto alla passata rilevazione (9,1% nel 2012). La propensione all’apertura cresce all’aumentare delle dimensioni aziendali ed è più marcata per le imprese della meccanica (24,9%) e della chimica (20,0%). È poi interessante evidenziare il maggior grado di apertura da parte delle imprese che dichiarano di aver posto in essere un percorso di conversione verso la green economy (12,7%), rispetto a quelle “tradizionali” (9,4%).

“La quota percentuale di imprese che ha investito sulle diverse aree strategiche è in calo – sostiene Valerio Vanelli, curatore del rapporto – Ci sono però alcuni segnali positivi: forse proprio di fronte al perdurare della crisi le imprese stanno cercando nuove vie. E’ il caso delle reti di impresa che permettono di superare problemi di dimensione e mettere a sistema competenze e know differenti. Un secondo esempio è l’area della green economy che si presenta con performance migliori. Le “imprese green” sono riuscite ad innovare di più ed hanno avuto minori problemi in termini di fatturato. La rivisitazione del processo produttivo nell’ottica dello sviluppo sostenibile legato all’innovazione riesce a dare un contributo non irrilevante anche sul fronte occupazionale”.

Trends.

La Regione, attraverso Aster, ha individuato le principali tendenze di sviluppo macro-economico globale che muteranno il modo di fare business, il commercio, la cultura e la vita delle persone. Fra questi mega-trend, quello che suscita maggior interesse presso le imprese interpellate è quello delle tecnologie abilitanti per il futuro, ossia il crescente utilizzo che si avrà di tecnologie, oggi ancora emergenti, legate ai nanomateriali, all’elettronica flessibile, ai laser, ai materiali “intelligenti”.

Le eco-tendenze delle imprese.

L’aspetto più critico rispetto a quattro dimensioni fondamentali per l’impatto ambientale dell’attività economico-produttiva (input energetici, emissioni atmosferiche, produzione di rifiuti, recupero di rifiuti) è quello degli input energetici, per il quale il 16,4% dei casi dichiara un aumento, in alcuni casi anche “forte”.

Come per le precedenti rilevazioni, i benefici attesi dalle imprese legati allo sviluppo sostenibile sono la riduzione dei consumi di energia elettrica, seguito dall’aumento efficienza energetica impianti, macchinari, edifici (aspetti entrambi segnalati come molto o abbastanza importanti rispetto alle rilevazioni precedenti).