A Modena calano occupazione e imprese. Lapam: “Dati negativi, e le risposte ?”

modenaSe si volatizzassero i 4.347.339 piccoli imprenditori italiani – in imprese con meno di 50 addetti – l’economia del nostro Paese diventerebbe un vero e proprio deserto: l’impatto sulla popolazione sarebbe del -7,3%, ma il valore aggiunto generato dalle imprese in Italia si dimezzerebbe (-52%); il ‘buco di Pil’ sarebbe equivalente a poco meno (94,3%) di quanto prodotto dalle imprese dell’intero Nord Italia.

 

Il numero dei disoccupati triplicherebbe e il tasso di disoccupazione passerebbe dal 12,0% al 43%. Il made in Italy perderebbe solo di apporto diretto – senza contare quanto prodotto in subfornitura per medie e grandi imprese – un valore equivalente alle esportazioni dell’intero Triveneto e cioè Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige.

 

“Questo dato, fornito dal centro studi Confartigianato, è eloquente: le piccole e medie imprese, quelle che rappresentiamo sul territorio di Modena e Reggio Emilia, sono semplicemente la spina dorsale del Paese e, nello specifico, delle nostre aree. Inutile dire che questa evidenza è chiara per molti, ma non per tutti: le decisioni a vantaggio delle piccole e medie imprese sono infatti rare e sporadiche e praticamente mai di sistema”,

 

Erio Luigi Munari, Presidente generale Lapam Confartigianato Modena-Reggio Emilia, commenta il dato nazionale ma va oltre e scende nel locale.

 

“Il primo problema è quello legato all’occupazione, per questo il nostro centro studi Lapam Confartigianato ha indagato il periodo gennaio-settembre 2013.

 

I dati sono freschissimi e dicono quello che, purtroppo, per gran parte conoscevamo: l’occupazione scende, a Modena il calo percentuale è dell’1,5% su un campione di 22.500 cedolini di nostre imprese associate.

 

E’ di tutta evidenza come l’andamento generale dell’economia sia ancora preoccupante e non si percepisce, ancora, nessun segno di solida ripresa.

 

L’unico settore che ‘tira’ risulta la Moda, mentre per l’Alimentazione ritengo si possa decifrare il segno positivo con la ‘stagionalità’, cioè il lavoro a pieno ritmo a settembre in preparazione delle festività natalizie (consumatore finale, commercio, ristorazione, regalistica, export)”.

 

La maggiore incidenza negativa è per la mano d’opera femminile (-3,1%). Il calo maggiore tra le tipologie di contratti applicati è in quelli a termine (-9,2%) a conferma di un utilizzo di queste tipologie determinato da fattori di discontinuità e di incertezza produttiva e stagionalità sempre più accentuata. La componente più impattata è quella operaia (-2,4%) rispetto alla componente impiegatizia.

 

Unico dato positivo quello dei contratti di apprendistato (+2,9%). Dopo un calo generalizzato degli ‘impiegati’ negli anni precedenti appare ora come se, prolungandosi la fase di crisi, si cominciasse a ‘intaccare’ la parte produttiva, cioè gli operai (preminentemente a tempo determinato e donne).

 

Se queste, da una parte, si concentrano molto nel settore facchinaggio/pulizie (dato confermato anche dall’aggiornamento territoriale, ad esempio della Zona di Vignola), dall’altro evidentemente sono presenti anche in tanti altri settori manifatturieri negativi (gomma/plastica e meccanica) e soprattutto nel Turismo (ristoranti e bar).

 

Queste figure, tra l’altro, possono essere quelle che si sono riciclate in autoimprenditorialità aumentando numericamente la consistenza delle imprese turistiche, nel segmento ristorazione. Il calo della ‘Meccanica’, unito a quello del Commercio e dell’Edilizia, spinge decisamente verso il basso l’intera dinamica occupazionale, che risulta negativa trasversalmente in tutti i territori ad eccezione di Carpi.

 

Qui l’exploit della Moda (così concentrata nel territorio) mitiga l’andamento negativo generale: questo il senso del calo contenuto allo 0,9% dell’area di Mirandola. “Venendo al numero delle aziende – riprende Munari – il numero cala di 300 unità: nei nove mesi si passa da 67.788 del 31/12/2012 a 67.488 al 30/09/2013 con un calo dello 0,4%”.

 

Il comparto manifatturiero segna il calo più significativo -154 che conferma quanto la crisi sia soprattutto sulle spalle della componente produttiva dell’economia, su cui impattano maggiormente componenti legate ai costi di produzione (lavoro, energia, burocrazia, fisco).

 

In calo anche le costruzioni -43 imprese, conferma la difficoltà del comparto edile.

 

L’incremento del lavoro dato dalla ripresa dei cantieri nell’area del sisma, non ha ripercussioni complessivamente positive sul numero di imprese e l’incremento di addetti riguarda solo una parte di imprese locali, poiché molte imprese vengono da altri territori.

 

Calano i trasporti (-84). In leggero aumento commercio (+61), turismo (+75), ICT (+30). Di fatto aumenta l’autoimprenditorialità, con piccolissime aziende che non occupano addetti oltre ai soci.

 

Come dire che il terziario è una delle valvole di sfogo per tentare di rientrare nel mondo del lavoro o uno spazio dove tentare, con investimenti ‘leggeri’ di partire in proprio rispetto alla mancata ricettività del mercato del lavoro dipendente. “Questi sono i numeri – chiude Munari – che sono la miccia della crisi sociale che sta nascendo.

 

E le risposte chi deve darle se non il mondo della politica e delle istituzioni?”. A questo proposito il Segretario generale Lapam Confartigianato Modena-Reggio Emilia, Carlo Alberto Rossi, riparte dal recente congresso: “Gli esiti delle assemblee precongressuali, le determinazioni delle assemblee generali, le mozioni e delibere adottate a seguito del Congresso Generale ci portano ad assumere un nuovo impegno verso il rafforzamento della nostra attività di rappresentanza e di lobby.

 

Nasce l’esigenza di riposizionarci lavorando per aumentare l’impegno diretto degli imprenditori alla vita associativa e sostenere tutti coloro che intendono impegnarsi nelle istituzioni e nella vita politica a tutti i livelli, consapevoli che occorra colmare il vuoto di contenuti e di rappresentatività creatosi con la crisi dei partiti tradizionali e con le nuove modalità di fare politica.

 

La tutela degli interessi non è più delegabile e deve essere svolta direttamente dagli imprenditori sia singolarmente che in forma associata.

 

Deve essere per noi un obiettivo da raggiungere ed un’opportunità che dobbiamo cogliere. Per questo occorre prepararsi ed organizzarsi. La scelta associativa di equidistanza dai partiti, che ci ha caratterizzato negli ultimi 20 anni in termini di originalità e credibilità nei confronti delle istituzioni e dell’opinione pubblica, va declinata in modo nuovo per rispondere in modo efficace ai bisogni delle categorie che rappresentiamo.

 

Non si tratta di equidistanza intesa come ‘neutralità’ o peggio come ‘disimpegno’, bensì di equidistanza come libertà di azione, come volontà di agire, di interpretare e portare nelle sedi decisionali, le proposte e le idee degli imprenditori, del mondo della piccola impresa, che tutti dicono di voler rappresentare ma che nessuno è in grado di conoscere e capire meglio di chi fa impresa tutti i giorni per scelta come noi.

 

Si tratta – conclude Rossi – di ampliare e rafforzare l’attività che da sempre svolgiamo nei confronti degli enti locali, attraverso una relazione diretta con gli interlocutori politici ed istituzionali”.