Il debito sfonda quota 2100 miliardi

debitopubblicoCon un incremento di 18,7 miliardi a novembre il debito pubblico prosegue la sua corsa e sfonda la soglia dei 2.100 miliardi di euro, per la precisione 2.104, mentre le entrate tributarie scendono di 1,6 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2012.

Il macigno che grava sulle spalle degli italiani dunque si conferma inferiore, a livello europeo, solo a quello della Grecia. Nel dettaglio, il balzo nel primi 11 mesi del 2013 ha riflesso principalmente il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (90,2 miliardi) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (24,6 miliardi). Sul fabbisogno hanno inciso per 12,8 miliardi i sostegni finanziari ai Paesi dell’area dell’euro, in particolare i 6,7 miliardi destinati all’Efsf, lo scudo anti-spread.

La spirale rialzista, dice Bankitalia, dovrebbe essersi arrestata a dicembre, «riflettendo – spiegano da Palazzo Koch – un consistente avanzo e il netto calo delle disponibilità liquide del Tesoro, tornate a fine anno poco al di sopra del livello di fine 2012».

Il tutto alla vigilia di un anno chiave per i conti pubblici: nel 2014 – l’anno in cui il governo dà un colpo di pedale sul pacchetto di privatizzazioni – vanno in scadenza 329 miliardi di euro di bond statali. Nel primo semestre, calcola Unimpresa, la quota di debito pubblico da rifinanziare è di 104 miliardi; ancora più intenso il secondo, che vede in agenda 225 miliardi di titoli pubblici, tra bond, cct, ctz e btp. Tra gli ostacoli sul sentiero del risanamento, spiegano gli analisti, il principale riguarda la crescita del denominatore del rapporto debito/Pil. «Non solo la possibilità di una ripresa al di sotto delle attese – dice Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma – ma anche un’inflazione molto bassa possono ostacolare il percorso per la stabilizzazione del debito».

A confermare i timori, i numeri diffusi ieri dall’Istat. Il tasso d’inflazione medio annuo per il 2013 è pari all’1,2%, in decisa frenata rispetto al 3,0% registrato nel 2012 spiega l’istituto di statistiche, che fotografa il livello più basso dal 2009. A dicembre, nonostante l’aumento dell’Iva, l’indice nazionale dei prezzi al consumo è cresciuto solo dello 0,2%. I maggiori aumenti dei prezzi riguardano l’istruzione (+2,6%), gli alimentari e le bevande analcoliche (+2,4%) e le spese sulla casa, (+2%), che spiegano metà del tasso d’inflazione annuo. Marcati rallentamenti per bevande alcoliche e tabacchi (+1,5%) e abbigliamento (+0,8%). Per Confesercenti un tasso di crescita così basso «indica una mancanza di fiducia nell’arrivo della ripresa, che ha spinto gli italiani a mantenere bassa la spesa, stretti tra l’incudine di un potere d’acquisto che fatica a riprendersi e il martello dell’imposizione fiscale». La gelata dei consumi continua a colpire anche la tavola.

In particolare, rileva la Cia (Confederazione italiana agricoltori), le famiglie oggi comprano meno pesce (-3,4%) e ancor meno carne rossa (-3,9%). Inoltre si rinuncia drasticamente all’uso dell’olio extravergine d’oliva (-8,8%) e inizia a perdere terreno anche la pasta (-1,2%).

La netta decelerazione dell’inflazione «dipende da un crollo dei consumi senza precedenti», denuncia il Codacons secondo cui, nonostante il +1,2% medio registrato dall’Istat sia il dato più basso dal 2009, «tradotto in cifre, equivale, in termini di aumento del costo della vita, ad una stangata annua pari a 257 euro per un single, 345 euro per una famiglia di 2 persone, 419 per una famiglia tipo di 3 persone e 462 per una di 4 componenti».

Fonte: La Stampa