L’economia modenese tiene grazie all’export. Per le imprese il progetto di fusione tra Modena, Reggio e Bologna

FerrariConfÈ un Pietro Ferrari a tutto campo quello che ha incontrato la stampa in una delle sue ultime apparizioni pubbliche prima del termine naturale del suo mandato (sei anni, in carica dal 2008). «Sono stati sei anni intensi, “vissuti pericolosamente”. Non è ancora tempo di bilanci finali ma so per certo che le cose che avrei voluto fare e che non ho fatto sono tantissime». Il prossimo 12 giugno, data ufficiale di convocazione dell’assemblea annuale di Confindustria Modena, sarà proclamato il successore. La giunta, intanto, ha nominato all’unanimità i componenti della Commissione di designazione, i cosiddetti saggi: Giovanni Arletti, Daniele Bandiera e Maurizio Tironi.

 

Su scala nazionale dalla crisi abbiamo perso 9,1 punti di Pil. Il tasso medio di disoccupazione nel 2013 ha toccato il 12,7 per cento e la produzione industriale è ritornata ai livelli del 1986 segnando un -25 per cento rispetto al 2007. «Numeri, e dati da ricostruzione post-bellica».

 

Ferrari ha descritto una situazione economica provinciale ancora vincolata ai volumi dell’export, ai suoi marchi più prestigiosi e con le imprese più piccole e meno strutturate che ogni giorno rischiano la chiusura. «La globalizzazione sta sottoponendo il nostro tessuto industriale a un’autentica rivoluzione. Una rivoluzione che significherà anche selezione. Resisteranno solo quelle imprese che si sapranno dare una dimensione adeguata a fronteggiare i mercati del mondo».

 

Dando una scorsa rapida al manifatturiero provinciale emerge che il settore biomedicale, nonostante la mazzata del terremoto, nel terzo trimestre 2013 ha ripreso vigore con un +25 per cento di fatturato e tra tutti i settori è quello che va meglio. In territorio positivo anche il metalmeccanico con un +4 e l’alimentare con un +1 per cento. In grosse difficoltà invece, il tessile-abbigliamento (-14 per cento) e il ceramico (-14 per cento).

 

L’alluvione ha colpito un territorio già messo in ginocchio dal terremoto. Le aziende associate a Confindustria Modena colpite sono state 31. Di queste 10 sono assicurate e 21 dovranno chiedere i risarcimenti. «La prima considerazione che posso fare è che l’intera vicenda è stata gestita in modo dilettantesco. Vogliamo capire se ci sono responsabilità, se questa calamità si poteva evitare, se, per esempio, ci sono stati inadempimenti da parte dell’Aipo. Se un argine in linea retta si sgretola, la responsabilità è di chi ha la gestione di questi argini. L’altra questione fondamentale, a cui stiamo lavorando con la Regione e la Provincia, riguarda la definizione delle norme che porteranno all’erogazione dei contributi per chi ha subito danni. A quindici giorni dall’alluvione è ancora tutto fermo».

 

L’economia modenese non può dunque fare a meno di un interlocutore politico. E a Modena siamo in piena campagna elettorale per il rinnovo del sindaco. Tre candidati sindaco nelle file del centrosinistra (Francesca Maletti, Gian Carlo Muzzarelli, Paolo Silingardi), ma nessuno nel centrodestra. «Ci pare che la campagna elettorale non stia decollando. Finora non vediamo proposte programmatiche capaci di imprimere una svolta alla nostra città. Dietro le dichiarazioni di intenti e dietro gli slogan, non vediamo idee e progettualità di lungo periodo che ci portino a fare un salto di qualità».

 

L’ultimo argomento toccato da Pietro Ferrari, ma certamente non ultimo per l’importanza “politica” che una volta portato a compimento andrà ad assumere all’interno del sistema confindustriale, riguarda l’aggregazione delle tre associazioni territoriali (Modena, Reggio e Bologna) in un nuovo soggetto associativo unico.

 

 

«La realtà che si profila dalla fusione », ha sottolineato Ferrari, «è particolarmente significativa sotto il profilo economico e patrimoniale. Insieme diventeremo la seconda associazione territoriale di Confindustria dopo Assolombarda, la prima manifatturiera e potremo contare su una forza di 4mila imprese associate».

 

«Vogliamo partecipare da protagonisti allo sviluppo della nuova entità attraverso l’affermazione di un sistema imprenditoriale innovativo, internazionalizzato e sostenibile, capace di promuovere la crescita economica, sociale e civile. Con uno slogan potrei dire un investimento sul futuro delle nostre imprese».

 

Insomma una decisione storica che si inserisce nel solco più ampio tracciato dalla riforma di Confindustria, che prende pienamente atto delle profonde necessità di modernizzazione dei sistemi di rappresentanza. Si può concretamente ipotizzare che il primo passo comune riguarderà la razionalizzazione le strutture di servizio in un’unica entità, per tipologia di servizio, con presidi territoriali, ma con un unico centro di gestione e progettazione. Tradotto in termini pratici, questo significherà un’unica scuola di formazione, un unico consorzio energia, un’unica società per l’elaborazione delle paghe, un unico consorzio di ricerca.