Si sblocca di Percorso: presto le Provincie saranno abolite

Graziano-DelRioMartedì 25 il Ddl Delrio sulle Province approderà nell’ Aula di Palazzo Madama per un voto che dovrebbe comprendere oltre alla maggioranza che sostiene il governo anche Fi e forse la Lega. Entro 10 giorni sarà pronto il Ddl costituzionale per l’ abolizione del Senato e per la riforma del Titolo V con l’ obiettivo di fare una prima lettura da parte di Palazzo Madama entro i primi di maggio, in modo da lasciare tempo ai senatori di approvare l’ Italicum prima delle elezioni europee del 25 maggio. Il treno delle riforme comincia a viaggiare davvero, e Matteo Renzi ne ha fatto la priorità della sua azione di governo. Tanto che ieri, prima di volare a Bruxelles per il primo confronto con il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso sulle prospettive economiche, ha ricevuto a Palazzo Chigi governatori e sindaci per fare il punto su Senato e Titolo V. Mostrando anche qualche apertura sulle modifiche chieste dai rappresentanti dei territori rispetto al testo proposto dal governo.

Quello che interessa al premier – come ripete ai suoi collaboratori – è che il Senato sia abolito in quanto Camera elettiva e che la fiducia al governo sia accordata dalla sola Camera superando così il bicameralismo perfetto.

Del resto si può discutere, purché la riforma si faccia.

Quindi orecchie aperte alle richieste di governatori e sindaci, che ieri hanno presentato un documento al premier e alla ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, o almeno ad alcune di esse: ad esempio «un sistema a elezione indiretta in proporzione alla popolazione su base regionale dei rappresentanti di Regioni, Città metropolitane e Comuni a cui aggiungere una rappresentanza di diritto dei presidenti di Regione e dei sindaci di Comuni capoluoghi di Regione» invece del numero fisso ed eguale di rappresentanti per ciascuna Regione previsto dalla proposta governativa. Altra richiesta importante dei governatori e dei sindaci è l’ eliminazione dei 21 componenti di nomina del presidente della Repubblica. Se venisse accolta, queste nomine presidenziali potrebbero essere previste all’ interno della Camera dei deputati.

Ma non è solo la composizione della nuova Camera a creare preoccupazione, sono anche le competenze. È Luigi Zanda a farsi portavoce di queste preoccupazioni dei senatori, comprensibilmente restii ad autocancellarsi. Oltre alle modifiche costituzionali già previste dal testo del governo, la nuova Camera potrebbe avere altre competenze, è la proposta del capogruppo del Pd a Palazzo Madama: leggi elettorali e diritti civili in quanto leggi di rango costituzionale anche se ordinarie, raccordo tra la normativa statale e territoriale, modifiche ai trattati della Ue che hanno attinenza con la vita dei territori. Si tratta di modifiche che non toccano gli assiomi renziani (fine del bicameralismo perfetto e abolizione del Senato elettivo) e in quanto tali saranno probabilmente accolte dando più “dignità” alla nuova Camera e rendendo così meno indigesta la riforma ai senatori.

«L’ Italia nacque 150 anni fa con un ordinamento molto centralista, accentuatosi in età fascista, e che è stato poi modificato in modo radicale in età repubblicana con la dotazione delle Regioni di poteri legislativi affiancati a quelli dello Stato – dice Zanda -. Un Senato nuovo, con le competenze descritte, chiude il cerchio e rende completo l’ assetto istituzionale Stato-Regioni».

Ieri è stata anche la giornata dello sblocco del Ddl Delrio sul superamento delle Province dopo settimane di dura opposizione da parte di Fi e della Lega. L’ accordo è ora fatto al 90%, e si va ad un’ ampia maggioranza in Aula la prossima settimana. Fondamentale la concessione del governo alla richiesta di lasciare in carica per un anno, e quindi per tutto il 2014, i presidenti di provincia così come i commissari già in carica. Nodo ancora da sciogliere la platea che sceglierà il sindaco delle città metropolitane: la sola città o anche i comuni che compongono l’ area metropolitana come chiede Fi? Intanto ieri il Senato ha approvato le misure sulle elezioni europee con tanto di rinvio al 2019 delle norme sulle quote rosa. Uno slittamento di 5 anni che è conseguenza del lavoro per garantire la tenuta dell’ intesa sulle riforme nel suo complesso. Anche se il mancato abbassamento della soglia per le europee dal 4 al 3% ha provocato malumori in Scelta civica a Popolari per l’ Italia che potrebbero sfogarsi sull’ Italicum.

Fonte: Il Sole 24 ore