Squinzi: Costruire Italia nuova

Squinzi29maggioÈ il momento di costruire un’ Italia nuova, la disponibilità delle imprese c’è tutta, il governo non deve deluderle e deve fare le riforme di cui c’è bisogno – altrimenti non si aggancia la crescita – passando ai fatti forte anche del mandato popolare che ha ricevuto. Così il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi nel suo intervento d’apertura dell’assemblea annuale dell’associazione degli industriali.

 

«Il mandato popolare» al Pd e al premier Matteo Renzi «testimonia la voglia di cambiamento che c’è nel Paese. Questa voglia attende fatti che diano sostanza alle riforme e alla crescita». Squinzi riconosce «incoraggianti segni di cambiamento», una «azione vivace», e dopo il voto chiede che «la stagione delle riforme istituzionali adesso parta davvero».

 

Ai sindacati Squinzi dice di guardare al mondo, perché è finito il tempo delle liturgie; poi avverte che i corruttori devono stare fuori, perché fanno male alla comunità e al mercato. Da lui anche la sollecitazione a favorire la contrattazione aziendale virtuosa, che lega i salari ai risultati aziendali.

 

«Temo che anche quest’anno la crescita che vorremmo vedere non ci sarà e, assieme alla crescita, non ci sarà il lavoro», avverte poi Squinzi. «Non è questa l’Italia che vogliamo. Non ci rassegniamo a un Paese stanco, sfiduciato, vittima di mali antichi, astruso e ostile alla cultura d’impresa».

 

Squinzi ricorda i dati sul primo trimestre che hanno «pensato a gelare l’ottimismo, con il Pil che ha toccato un nuovo minimo. Il reddito procapite è ai livelli del 1996, i consumi al 1998, gli investimenti al 1994, la produzione industriale è tornata al livello del 1986. La disoccupazione viaggia verso il 13%. Nel manifatturiero tra il 2001 e il 2013 abbiamo perso 120.000 imprese e quasi un milione e duecentomila posti di lavoro. Non è questa l’Italia che vogliamo».

 

Ma, prosegue il presidente di Confindustria, «non ci rassegniamo ad un Paese stanco e sfiduciato, vittima di mali antichi, astruso e ostile alla cultura dell’impresa, del merito e del rischio. Non è questa l’Italia che vediamo tutti i giorni sui luoghi di lavoro». È l’Italia che «può tornare a crescere in modo robusto».

 

L’articolo 41 della Costituzione, quello che stabilisce che l’iniziativa economica privata è libera in Italia «non è più un diritto garantito», secondo il presidente di Confindustria, che fa riferimento a «rigidità sindacali» e burocrazia. «Confindustria – continua – non lo può accettare. Le imprese sono un bene di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso».

 

«Chi corrompe fa male alla comunità e al mercato», «grave danno alla concorrenza e ai suoi colleghi.

Queste persone non possono stare in Confindustria», avverte ancora Squinzi, dopo un cenno all’importanza per l’Italia di Expo2015. Leggi e poteri speciali? «La soluzione non sta nel darsene di nuove sta nell’applicare quelle esistenti», avverte.

 

«Occorre uno scatto morale, nostro in primo luogo, poi del Paese tutto, se vogliamo liberarci all’alleanza perversa tra complicazione e Confindustria», ha detto Squinzi, che cita Tacito, «il muro invisibile di cui scriveva» e che «è ancora lì».

 

Contro la corruzione, serve anche abbattere «il muro della complicazione», allargare gli spazi di mercato ridurre tempi e arbitrio della burocrazia. Avverte. Ma si rivolge anche direttamente agli industriali: «Poi c’è la nostra responsabilità»; fuori da Confindustria quindi «chi corrompe». «Alla magistratura, di cui ho profondo rispetto – dice – stanno il potere e il dovere di sanzionare e giudicare». Mentre gli imprenditori hanno «il dovere di difendere la nostra casa dai corruttori che ci danneggiano e di denunciare i corrotti che ci taglieggiano».

 

«Dobbiamo favorire la contrattazione aziendale virtuosa, che lega i salari ai risultati aziendali», sostiene il presidente di Confindustria. Occorre «privilegiare la natura dei salari, piuttosto che la loro fonte e consentire di decontribuire e detassare quello di produttività anche se nasce dall’autonoma decisione dell’imprenditore».

 

Confindustria chiede quindi di «semplificare e migliorare la disciplina del contratto a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente e attrattivo per le imprese». «Non abbiamo bisogno di un nuovo contratto – avverte Squinzi – neppure a tutele crescenti».

Fonte: Il Messaggero