Investimenti, le imprese non mollano

confindustriamodenaLe imprese hanno voglia di investire. Non sempre sono in grado di farlo, in parte per ragioni di natura congiunturale, in parte per ragioni strutturali che interventi di politica industriale dovrebbero contribuire a superare. È questo, in estrema sintesi, il messaggio contenuto nella ricerca di Confindustria Emilia-Romagna. Si tratta di un’indagine unica in Italia, che l’associazione degli industriali realizza ormai da quindici anni per comprendere tipologie e ambiti degli investimenti, i loro andamenti, i fattori che ne ostacolano la realizzazione.

«Continuiamo a credere», ha rimarcato il presidente Maurizio Marchesini, «che gli investimenti siano il motore della crescita e oggi più che mai se non si riparte creando le condizioni per una ritrovata fiducia di famiglie e imprese, se non si mettono in campo strumenti e contesti favorevoli, difficilmente si riuscirà ad invertire questo trend».

In Emilia-Romagna le imprese continuano a investire. Le imprese più strutturate hanno continuato ad investire anche in questi anni molto difficili. Il sistema produttivo ha dimostrato di voler reagire negli anni di recessione e crisi: la percentuale di investimenti realizzati dalle nostre imprese resta alta (82%) e quelle che prevedono di investire nel 2014 sono l’81,3%. Si registra, tuttavia, un trend lievemente decrescente che non stupisce dal momento che scontiamo una fase recessiva lunga ormai 5 anni.

Non meno importante è un altro dato: circa il 50% delle imprese emilia-romagnole ha pronti nel cassetto progetti per investimenti “straordinari”. Se consideriamo i soli “investimenti nel cassetto”, il loro valore medio è pari a 1,1 milione di euro, e va dai 700 mila euro delle piccole imprese ai 2,1 milioni delle medie sino ai 2,8 delle grandi imprese. Circa il 70 per cento di questi progetti è accompagnato da incrementi occupazionali: il numero medio di nuovi occupati sarebbe di circa 6 unità per ogni azienda.

Per gli investimenti il 4% del fatturato. È significativo anche sottolineare, tenendo conto della composizione del sistema produttivo dell’Emilia-Romagna, come quasi il 4% del fatturato sia destinato ad investimenti. Questi investimenti rispondono a due esigenze fondamentali: la ricerca di efficienza e lo sviluppo di conoscenza. Le aziende, infatti, devono poter contare sugli investimenti nel momento in cui ne hanno bisogno. L’esempio più significativo è il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e innovazione, che va reso strutturale e irrobustito secondo i parametri qualitativi e quantitativi degli altri Paesi europei. Ad essi si aggiungono gli interventi della Regione, in attuazione dei Fondi strutturali e con risorse proprie, che almeno in Emilia-Romagna trovano adeguata e tempestiva attuazione e che attraverso integrazioni con altre risorse (ad esempio della Bei o del Mise) potrebbero avere un più ampio effetto moltiplicatore.

I piccoli fanno fatica. Non meno importante è comprendere perché le imprese più deboli o più fragili hanno sospeso ogni tipo di investimento. Sono una quota comunque rilevante, specie tra le piccole imprese che scontano debolezze strutturali, non tanto di prodotto o di capacità tecnologica, ma di condizionamenti del mercato, di capitalizzazione e risorse finanziarie e, in generale, tutti i limiti insiti nella piccola dimensione, che impedisce di aggredire nuovi mercati ed avere un’organizzazione adeguata alle sfide competitive. Per esse, l’evoluzione delle filiere e delle reti verso forme di aggregazione più solide e stabili diventa un passo indispensabile anche per rafforzare le competenze manageriali.

La burocrazia. Gli adempimenti e le procedure burocratiche a cui sono sottoposte quotidianamente le imprese, oltre a rappresentare un costo rilevante, alimentano sfiducia e minano la credibilità della pubblica amministrazione. «Se tutti questi ostacoli rallentano gli investimenti delle nostre imprese», ha concluso il presidente degli industriali della regione, «immaginiamoci quale freno essi rappresentino nell’attrazione e nelle scelte di imprese estere che sono alla ricerca delle migliori condizioni, spesso non tanto di costo quanto di conoscenze e competenze, di cui il nostro Paese e l’Emilia-Romagna sono ancora ricchi».